La Royal Dutch Shell ha abbandonato la sua ricerca di petrolio in Artico.

Questa decisione placherà gli attivisti di Greenpeace, che da tempo hanno dato battaglia alla multinazionale per gli evidenti rischi ambientali, ma anche gli azionisti, che sostengono che il progetto è troppo costoso e rischioso. Gli ambientalisti e gli azionisti hanno fatto forti pressioni su Shell affinché abbandonasse la perforazione nell’Artico, i primi erano preoccupati che una fuoriuscita di petrolio avrebbe potuto danneggiare le specie protette, mentre gli altri, erano preoccupati per il costo delle operazioni e del greggio estratto, dopo che i prezzi del petrolio si sono più che dimezzati in un anno.
Lo stop alla trivellazione è la seconda battuta d’arresto importante per la Shell nella regione artica dopo che l’esplorazione è stata interrotta per tre anni dal 2012, quando un enorme impianto di perforazione si è liberato dagli ormeggi, mostrando tutte le falle della sicurezza.

Shell ha trovato indizi di petrolio e gas ma questi non sono sufficienti a giustificare ulteriori esplorazioni”, ha detto la compagnia in un comunicato.

Oltre alle pressioni degli ambientalisti, la decisione riflette gli scarsi risultati del pozzo esplorativo, i costi elevati del progetto e il contesto normativo federale imprevedibile nella zona al largo dello stato americano dell’Alaska.

“L’intero episodio è stato un errore molto costoso per l’azienda sia finanziariamente che per la reputazione”, hanno detto gli analisti di Deutsche Bank, che stimano progetto di esplorazione artica della Shell potrebbe costare all’azienda circa 9 miliardi di dollari.

La rinuncia dopo tanti stop e una forte campagna di denuncia

L’abbandono della Shell è venuto appena sei settimane dopo che il governo degli Stati Uniti ha concesso alla multinazionale il nullaosta finale per la sua campagna di trivellazione.

“Hanno avuto un budget di miliardi, abbiamo avuto un movimento di milioni di persone. Per tre anni li abbiamo affrontati, e il popolo ha vinto”, ha dichiarato John Sauven, responsabile di Greenpeace UK. Gli attivisti hanno cercato di interrompere i piani di perforazione della Shell nel mese di luglio, bloccando una nave rompighiaccio, azione accompagnata da una vistosa e costante campagna di comunicazione attraverso tutti i canali comunicativi.

La decisione è anche l’ultimo di una serie di battute d’arresto per i progetti artici che stanno cercando di trovare depositi di petrolio e di gas, stimati nel 20 per cento delle risorse non ancora scoperte nel mondo.

All’inizio di quest’anno, la norvegese Statoil ha rinviato ancora una volta il suo progetto artico e nel 2012 la Gazprom russa, insieme con Total e Statoil, ha rinunciato ad un’altro progetto per l’estrazione di gas nel Mare di Barents.

Sebbene sia stato una decisione probabilmente guidata da convenienze economiche, possiamo affermare che le resistenze incontrate negli  attivisti di Greenpeace e le loro campagne internazionali di denuncia hanno contribuito a aumentare i costi monetari, sociali e d’immagine (negativa) dell’opera e quindi al suo stop.

Adesso Greenpeace continua a chiedere di trasformare l’Artico in Santuario per gli animali che lo popolano, con la sua campagna “Save the Arctic”, sperando di interrompere questa dispendiosa caccia al disastro.

Fonti: Scientific American