Chris Jordan è un artista forse poco noto ma le cui opere mirano a mettere a nudo le contraddizioni del consumismo e della produzione di massa.

L’artista è principalmente un fotografo che nel tempo ha maturato uno stile ben preciso di composizione per i suoi quadri: quello che vediamo ad un primo sguardo sono paesaggi e ritratti, ma se “zoommiamo” ci rendiamo conto che queste immagini sono formate da piccolissimi oggetti, spesso rifiuti, disposti in modo da creare altre figure. Questi oggetti che formano l’immagine sono i prodotti del consumo di massa, come bottiglie di plastica, sigarette, stecchini o lampadine. La loro quantità non è casuale: quello che l’artista fa è utilizzare un numero preciso di oggetti, come ad esempio tutte le centinaia di migliaia di bottiglie di plastica che diventano rifiuti, in un quarto d’ora, in tutti gli Stati Uniti.

chris jordan fotografo

Chris Jordan ci presenta quindi delle opere a più livelli di lettura, più ci avviciniamo più ci rendiamo conto che quello che vediamo è diverso da quello che il nostro sguardo aveva inizialmente percepito, esattamente come accade nella nostra vita quotidiana: il nostro sguardo veloce sulla realtà (il nostro singolo punto di vista) non ci permette di avere coscienza di quale sia l’impatto complessivo dei nostri stili di vita e del nostro consumo, tutto è bello e armonioso fin quando non ci avviciniamo e guardiamo attentamente.

Jordan mette dunque in risalto il paradosso della nostra società: un insieme di individui senza una visione unitaria e attenta che non riesce a rendersi conto del ritmo con cui produce rifiuti e inquina il pianeta.

Ad esempio nella sua opera “Caps Seurat” del 2011 l’artista ci mostra una riproduzione del celebre quadro Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte di Jeorge Pierre Seurat, avvicinando lo sguardo ci accorgiamo che le pennellate di colore sono in realtà tappi di bottiglia, una quantità ben precisa di tappi di bottiglia: il quadro utilizza 400.000 tappi, che sono quelli consumati in un solo minuto in tutti gli Stati Uniti.

Il nome della serie di opere diventa chiaro: Running Numbers, an american self-portrait. L’autore vuole quindi metterci davanti alle evidenze che ci sfuggono nel nostro frenetico e facile consumo quotidiano: la realtà che ad uno sguardo veloce ci sembra bella, colorata e rassicurante, da vicino, è una enorme distesa di rifiuti di cui non abbiamo alcuna coscienza, ma che insieme creiamo continuamente, ogni ora, ogni minuto e ogni secondo che passa.

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